Pier Paolo Pasolini e la Calabria

“L’Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte Dio aiutaci – mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo.
Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile.
Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di fermarmi. Mi fermo li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma – ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio.
È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello.
Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia.
Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura“.
Estate 1959. Per la rivista Successo, Pier Paolo Pasolini percorre la costa italiana al volante di un Fiat Millecento per realizzare La lunga strada di sabbia, un ampio reportage sull’Italia tra cambiamento e tradizione, vacanza borghese e residui di un dopoguerra difficile.
Le parole dello scrittore feriscono la sensibilità di molti.
L’Amministrazione comunale di Cutro presenta querela alla Procura della Repubblica di Milano. Vi si legge che “la reputazione, l’onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati […] le dune gialle, altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente della Riforma dove la laboriosa gente del Sud, Calabria, Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani”.
Quindi, le parole dello scrittore non piacciono. Egli viene dipinto come un diffamatore in mala fede, il quale ha esposto “una montagna luoghi comuni anticalabri“.
In ottobre trapela la notizia che Pier Paolo Pasolini sia il vincitore del Premio Crotone di quell’anno. La giuria, composta tra l’ altro da Bassani, Gadda, Moravia, Ungaretti e Repaci assegna il premio a Pasolini per il romanzo Una vita violenta.
La decisione scatena violenti polemiche. Al momento del conferimento del premio Pasolini è invitato a parlare. “Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. i protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni”. Una vita violenta diventa un atto di amore per tutte le periferie d’Italia, Calabria compresa.
Scrive Pasolini nella sua Lettera dalla Calabria:
“Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone.
Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non bandita dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole”.
Tornerà più tardi Pasolini in Calabria, nel 1964.
Affermerà: “Il paesaggio calabrese si esalta, con i suoi meravigliosi contrasti naturali, in cui a dolci pendii si contrappongono violenti sbalzi rocciosi” …e ancora… “In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé“.

Un commento su “Pier Paolo Pasolini e la Calabria”

  1. Secondo l’autorevole scrittore calabrese, Rocco Turi, al quale qualche anno addietro dedicai un articolo sulla storica rivista reggina “Parallelo 38”, l’assegnazione del “Premio Crotone” a Pasolini nel 1959 non fu altro che il risultato di forti pressioni da parte del partito comunista dell’epoca, che volle in un certo qual modo compensare l’esclusione dello stesso dal Premio Viareggio. Ma ciò che fece più scalpore fu il fatto che Pasolini in un primo momento parlò male della gente calabrese definendola, durante un suo viaggio in Calabria, passando da Cutro, nell’estate del 1959, sulla rivista “Successo” “E’ veramente il paese dei banditi. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi, Si sente non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello” per poi il 28 ottobre 1959 su “Paese Sera” attenuare i toni ostili del precedente articolo scrivendo ” A Cutro… il 40% della popolazione è stato privato dal diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’avere fatto legna nei boschi della tenuta del barone Luigi Barracco. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana che è dalla parte del barone e dei servi politici…”

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